Il social network ovvero la proiezione di milioni di vite su internet

Nel mondo iper-connesso complessità e contenuto lasciano il posto a semplicità ed apparenza.

In una delle sue ultime riflessioni, il celebre semiologo, filosofo e scrittore Umberto Eco ha pronunciato una frase diventata in brevissimo tempo virale:

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”

aggiungendo che si assiste oggi ad una “invasione degli imbecilli” ed evidenziando come il dramma di internet sia quello di aver “promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità.”[1]

Con i social network le informazioni si trasmettono velocemente, il dibattito si alimenta senza sosta e chiunque può avere accesso a questa enorme piazza virtuale. Non solo politica, ma anche calcio, musica, arte, televisione ed ogni altro genere d’argomento accendono la discussione.

Ad essere sotto accusa, tuttavia, non è la quantità, ma la qualità.

Il dibattito evolve spesso in scontro senza alcun positivo risvolto di crescita.

Internet è certamente un luogo interattivo e non statico o passivo come la televisione in cui

“Le parole […] cadono sempre dall’alto, anche le più vere. E parlare dal video è sempre parlare ex cathedra, anche quando c’è un mascheramento di democraticità.”[2]

Tuttavia internet e i social network hanno letteralmente cambiato non solo il modo di sviluppare le relazioni interpersonali ma la realtà tutta, ed è necessaria una presa di coscienza perché così soltanto gli schemi concettuali per interpretarla potranno mutare a loro volta.

Oggi, nel momento di massima espansione della rete, l’accesso ad internet sembra diventato l’accesso alla realtà stessa. Così il mito della caverna di Platone sembra più attuale che mai, e quell’ombra proiettata sul muro di una caverna, e quell’eco di indistinte voci, e le catene che stringono le carni di uomini dallo sguardo immobile, sembrano la rappresentazione più fedele dell’iper-connessione, della presenza costante su Facebook e Twitter formulando opinioni qualsiasi, anche sragionate ed irrazionali, becere e xenofobe, deliranti sentenze dal basso della propria ignoranza e incompetenza.

Non è importante il contenuto ma l’indice di gradimento, la condivisione e più di ogni altra cosa l’esserci.

Le gabbie dell’esperienza comune sembrano dotate di un’inespressa comodità, e così informarsi e studiare – l’amore per la conoscenza di derivazione platonica – è una fatica che in pochi sembrano apprezzare, assuefatti e appagati dalle ombre proiettate dal fuoco, dalla parzialità delle proprie opinioni.

E se da un lato la semplicità è preferita alla complessità, dall’altro la forma vince sul contenuto. Così in questo slancio dell’apparenza, si tende a risolvere l’eterno contrasto tra essere e apparire. E la società sembra evolversi nel segno della rottura dell’equilibrio delle due componenti: la dimensione estetica diviene dimensione sociale.

È innegabile come la presentazione di sé agli altri si sia trasformata in un costante esercizio votato alla cura della propria immagine, diventata sempre più un’immagine non autentica, specchio del proprio io, ma plasmata per adattarsi agli schemi delle relazioni sociali. Questo modo di vivere, continuamente sottoposto alle pressioni del costante giudizio dell’altro, alla continua ricerca dell’accettazione, rivela una inevitabile e drammatica condizione esistenziale: la solitudine.

Se la forma sarà l’unica sopravvissuta, quanto avremo perso?

Andrea Carrisi

(Foto di Chris Potter su http://www.flickr.com)


[1] U. Eco, Lectio Magistralis Università di Torino, 10 giugno 2015

[2] P. P. Pasolini, intervista di Enzo Biagi, 1971

Tiriamo le somme. Auguriamoci il meglio.

Al netto di tutte le rassicuranti quanto poco attendibili previsioni astrologiche che riempiono i social, il 2017 si preannuncia come un anno politicamente complicato, ed è bene cercare di capire che cosa riceviamo dal 2016 e come gestire questa eredità.
Sono successo così tante cose, sono scomparsi così tanti personaggi importanti del mondo della cultura, dello spettacolo e della politica che risulta difficile fare un resoconto ma proviamoci.

Ci troviamo di fronte ad un Medio Oriente instabile con la recente tregua della guerra civile siriana e Israele che per la prima volta ha visto un’astensione degli Stati Uniti per le materie che lo riguardano, tutto questo in attesa dell’arrivo concreto di Trump alla Casa Bianca, dell’incognita dei suoi rapporti con Putin e con l’asse turco-iraniano (e russo) che si andato a formare e che ha stabilito le basi di questa tregua.

La nostra Europa che continua a leccarsi le ferite, a partire dalla Brexit per finire con il recentissimo attentato di Berlino, capitale di un paese incerto e in attesa dell’elezioni che si terranno in quest’anno e la situazione che per Angela Merkel non appare molto rassicurante viste le numerose accuse mosse contro di lei per le sue politiche di accoglienza e la destra xenofoba che avanza. Lo stesso clima di tensione si respira nella Francia divisa e spaventata che si accinge a scegliere un nuovo Presidente della Repubblica, con i socialisti dati per perdenti, una rampante Marine Le Pen e un centro-destra che è sempre più destra e sempre meno centro. Intanto le nostre vite stanno cambiando, avvertiamo il terrorismo e i suoi rischi come una costante quotidiana, come un fantasma che ci accompagna nelle nostre azioni ordinarie e rende più difficile l’esercizio delle nostre libertà (che comunque vanno e andranno esercitate perché sono delle conquiste).

E in Italia? Da noi le alternative appaiono ben delineate ma allo stesso tempo sembra che nessuno voglia sceglierne qualcuna. Si va avanti seguendo il cuore o l’ispirazione o forse la paura che ha ciascuna formazione politica di non superare lo scoglio elettorale (e con l’ansia di scegliere la legge elettorale che più si addice alla proprie aspirazioni). Con i grillini indeboliti dagli amministratori romani che sembrano dei tirocinanti con tanta voglia di onestà che però scelgono ostinatamente persone sbagliate,
il partito democratico ancora diviso al suo interno e pieno di incertezze sul congresso e sulla sua posizione nello scenario politico, se continuare a stare con il centro o spingersi più sulla sinistra che continua ad allontanarsi inesorabilmente da quella che doveva essere la casa comune ed infine il centro destra che ancora deve decidere se evolversi in formazione partitica moderna e stabile con strumenti degni tipo primarie e strutture chiare, o restare un insieme frammentato destinato a governare fino al primo litigio.
Anche qui tutto questo contestualizzato in una situazione economica ancora fragile dove i giovani restano ai margini o sono costretti ad andare all’estero per trovare lavoro e soddisfazione per evitare squallidi nepotismi, con il benestare tra l’altro del ministro del lavoro.
Nell’auspicio di un anno più tranquillo e con delle soluzioni portatrici di vite salvate, paci durature, bambini nelle scuole, e non sui barconi o senza vita su qualche spiaggia, e giovani al lavoro senza dover scappare vi auguriamo, attraverso questo nostro piccolo spazio libero di riflessione, tanti auguri per un 2017 carico di risposte.

Luca Di San Carlo
Andrea Carrisi

La costituzione, questa sconosciuta…

Al netto di tutte le opinioni personali relative alle ultime vicende politiche e tralasciando tutti i giudizi che si possono dare e si daranno sicuramente su questo nuovo governo presieduto da Paolo Gentiloni, una domanda sorge spontanea ancora oggi dopo giorni di analisi: su cosa pensate di aver votato lo scorso 4 dicembre? Appare ripetitivo ma è bene ribadirlo perché è comunque un dato politico il fatto che gli italiani non abbiano votato su una questione costituzionale ma solo, o almeno principalmente, sul governo che era in carica. E questo non è sintomo di una democrazia in buono stato di salute.

Le dichiarazioni di illegittimità che vengono fatte verso il nuovo esecutivo sono il sintomo più evidente di uno scollamento tra teoria e pratica che vi è nello scenario politico-sociale italiano. Questo problema può essere ricondotto a tre ragioni principali:

Il testo costituzionale stesso prevede e consente tutto quello che sta accadendo ora, dando quindi una giustificazione normativa a questi fatti. Noi non abbiamo mai eletto direttamente un Presidente del Consiglio, pur avendo creduto di farlo ormai quasi un decennio fa (elezioni politiche del 2006 e del 2008) crociando dei simboli di partito che avevano un nome sopra. È sempre il capo dello stato che decide chi farà il Presidente del Consiglio, in ogni caso.

Evidenti ragioni politiche, che tutti quelli che hanno votato no potevano aspettarsi (ma non gli conveniva), reggono i fili di questo amaro spettacolo. Mattarella mai avrebbe sciolto le camere il giorno dopo o quanto meno senza un’omogeneità elettorale, considerando che tecnicamente il governo non è stato sfiduciato dalla maggioranza e che quindi quest’ultima ancora esiste e il capo dello Stato ne tiene ovviamente conto. Mai quest’ultimo avrebbe smentito le sue azioni passate: faceva ancora parte della Corte costituzionale quando veniva dichiarato incostituzionale il Porcellum e quindi per estensione anche chi era stato eletto con quel sistema, evitando tuttavia uno scioglimento delle camere solo per continuità e per garantire la stabilità del sistema. Ma non ci sono stati moniti espliciti sul legame che si è creato tra il tentativo di riforma e l’incostituzionalità di chi l’ha votata, avendo quindi dato fiducia a questo progetto sgangherato non può sciogliere ora il parlamento e consegnare il paese a delle elezioni caotiche. Semplicemente perché avrebbe potuto fare qualcosa, accennare un seppur minimo segno di protesta, prima. Lo scacco istituzionale di Renzi ha funzionato (una legge elettorale fatta solo per il SI) bloccando il paese e facendo sembrare il tutto come un disegno miracoloso, come se da Firenze avessero previsto tutto.

Quelli che, come noi, hanno scelto di difendere la costituzione attuale dovevano informarsi meglio perché tutti questi mal di pancia sono la dimostrazione che il paese non voleva difendere effettivamente questo testo, poiché viene richiesto di eleggere il Premier e non è previsto. Risulta chiaro che il testo andrebbe aggiornato ma non stravolto, che si è votato in maniera strumentale, che la costituzione prevede tutti i passaggi che si sono succeduti in questi giorni, e che dovremmo imparare a votare da cittadini consapevoli e non da sudditi stanchi.

Luca Di San Carlo

Foto di Nick Kenrick su http://www.flickr.com

Populismi, crisi e democrazie: qual è il futuro dell’Europa?

La recessione economica, la crisi occupazionale e il difficile problema dei flussi migratori hanno dato grande slancio ai leader populisti. Qual è lo scenario che si profila?

Le principali crisi finanziarie hanno l’effetto di incrementare del 30 % la percentuale di voto dei partiti populisti. È la conclusione di un gruppo di economisti tedeschi in uno studio del 2015, che ha esaminato 800 elezioni in 140 anni nelle 20 principali economie[1].

Quella che viviamo oggi è una delle peggiori crisi del mondo contemporaneo. Lo scoppio della bolla immobiliare del 2008, e la conseguente crisi finanziaria globale, hanno condotto il mondo in una recessione, seconda soltanto alla grande depressione della fine degli anni ’20 del Novecento.

Ed un’ondata di partiti, movimenti e leader populisti ha travolto gli stati europei e non solo. A questo punto è necessario rispondere a due questioni: cos’è il populismo? E da chi è rappresentato?

Nell’ambito delle scienze sociali l’etichetta populista viene assegnata in maniera differente: alcuni la limitano esclusivamente ai partiti di destra (rectius, di destra xenofoba), altri includono anche i partiti anti-europeisti o anti-austerity, altri ancora ne includono i movimenti che, più in generale, incarnano il rifiuto della popolazione nei confronti delle istituzioni politiche e finanziarie.

In realtà la sua genesi storica rimanda a connotazioni tutt’altro che negative: il populismo nasce in Russia sul finire dell’800 come un movimento culturale e politico che si proponeva un miglioramento delle condizioni di vita dei contadini e dei servi della gleba, mediante un’attività di propaganda e proselitismo da parte della classe intellettuale, terminata poi con l’uccisione dello zar Alessandro II nel 1881[2].

In tempi più recenti (siamo intorno agli anni ’50 del novecento), il movimento politico di Juan Domingo Peròn in Argentina (anche detto peronismo) fu definito populista, ma con un’accezione non negativa come quella odierna, intendendo invece una sintesi politica tra socialismo e patriottismo.

L’attuale geografia dei partiti e movimenti populisti in Europa, a seconda del criterio d’inclusione prescelto, va dal Front National in Francia e FPO in Austria, a Syriza e Podemos in Grecia e Spagna, passando per il M5S in Italia e Ukip in Gran Bretagna.

Secondo la Fondazione Hume esiste un fil rouge che collega tutti i partiti populisti. Si tratta di tre caratteristiche comuni che permettono di individuarli:

  • la volontà di “ricostruire la vera democrazia in cui il popolo possa avere il controllo sulla politica”;
  • la presenza di una “figura mitica e mitizzata, portavoce delle istanze popolari” rappresentata dal leader del partito;
  • programmi elettorali “spesso fondati sulla regola del buon senso”, con la previsione di soluzioni semplici (o meglio, semplicistiche) a problemi complessi.

Negli Stati Uniti è emblematica l’elezione di Donald Trump, il 45esimo presidente degli Stati Uniti D’America, definito leader potente e autoritario, caratteristiche alle quali l’etichetta, adorata dai giornalisti, “tycoon” fa riferimento. Nella storia dello stato americano per la prima volta è stato eletto presidente un candidato che non aveva ricoperto, in precedenza, cariche politiche, amministrative o gradi militari.

Quella di Donald Trump è soltanto l’ultima delle manifestazioni del vento populista che imperversa da Est ad Ovest.

Tra il 2009 e il 2014 il peso delle forze euroscettiche o populiste rappresentate nell’europarlamento è quasi raddoppiato (dal 16,1% al 28,1%): oggi quindi un parlamentare europeo su 3 aderisce a tali forze politiche.[3] Le ragioni di questo boom vengono ricondotte da un lato nell’incapacità dell’Unione Europea di governare la crisi economica, sottolineata soprattutto da parte delle forze politiche di sinistra, Syriza e Podemos su tutte, e dall’altro lato nell’incapacità di governare i flussi migratori, argomento in voga tra i partiti politici di destra.

Nelle elezioni austriache di maggio 2016 – che saranno ripetute per una serie di irregolarità – il leader xenofobo e nazionalista del partito FPO, Norbert Hofer si è attestato intorno al 50%.

Nel giugno seguente il referendum sulla permanenza del Regno Unito in Unione Europea e la relativa vittoria della Brexit, “ha mostrato in modo inoppugnabile che anche in un paese di tradizioni liberali, anzi in un paese che è stato la culla del liberalismo, le istanze nazionaliste e xenofobe possono oggi avere un seguito straordinario, impensabile anche solo qualche anno fa”.[4]

Tuttavia c’è un vento che sembra spirare in direzione contraria dal centro dell’Europa: il conservatore cattolico François Fillon ha vinto al primo turno delle primarie del centro-destra francese e secondo la stampa è “una cattiva notizia per Marine Le Pen[5] e lo “scenario più difficile”[6] per il Front National. Mentre al di là del confine franco-tedesco, l’attuale cancelliera Angela Merkel ha dichiarato di volersi ricandidare per il quarto mandato per “difendere i valori della democrazia”, e nel documento programmatico del suo partito (l’Unione Cristiano-Democratica di Germania, CDU) si legge una vera e propria dichiarazione di guerra al populismo:

“Il populismo, l’isolamento dall’esterno, il protezionismo e la spaccatura della società non rappresentano una risposta ai problemi impellenti del presente e del futuro, finora non hanno funzionato mai e da nessuna parte.”

È ancora troppo presto per capire quale direzione sceglieranno di intraprendere gli elettori francesi e tedeschi (l’indice di gradimento del primo ministro tedesco si assesta oggi al 55%), ma se Fillon e la Merkel verranno eletti, allora forse i principi liberal-democratici avranno ancora un presidio contro le spinte di movimenti, partiti e leader nazional-populisti.

Andrea Carrisi

 

(Foto di DonkeyHotey su http://www.flickr.com)


[1] Vd. Rana Foroohar, The Financial World’s Rotten Culture Is Still a Threat-to All of Us, in Time n. 24 october 2016

[2] Vd. Treccani, Vocabolario On Line, in http://www.treccani.it/vocabolario/populismo/

[3] Luca Ricolfi, Euroscettici e populisti: così cambia l’Europa, in Il Sole 24 ore, Rapporti della Fondazione Hume, http://www.ilsole24ore.com/art/commentieidee/20161022/euroscetticiepopulisticosicambialeuropa202023.shtml?uuid=ADCcIchB

[4] Luca Ricolfi, Il vento populista che soffia sul mondo, in Il Sole 24 ore, 14 agosto 2016, http://www.ilsole24ore.com/art/commentieidee/20160814/ilventopopulistachesoffiamondo140352.shtml?uuid=ADFyBt5

[5] Le Point, 21 novembre 2016

[6] Le Monde, 21 novembre 2016

Chi ha costruito il Medio Oriente?

Veniamo quotidianamente aggiornati da giornali e tv sulla situazione del Medio Oriente, regione martoriata da conflitti che sembrano senza conclusione. Quest’area schiacciata fra tre continenti e ricca di risorse fondamentali per l’occidente, ma non solo, rappresenta oggi lo scacchiere principale sul quale si sono mosse e si muovono, più o meno rumorosamente e goffamente, le potenze mondiali.

Partendo dal ben noto conflitto arabo-israeliano e giungendo all’attuale configurazione che vede come protagonista il sedicente stato islamico, si può dire che gli stati mediorientali non si sono mossi mai da soli e quando l’hanno fatto non sono mai rimasti tali per molto tempo.

Facciamo un passo indietro fino al primo dopoguerra. Le parole chiave di questa situazione, che vanno di pari passo con le caratteristiche sociali, politiche e religiose di quei territori sono: nazionalismo arabo, opportunismo occidentale e promesse non mantenute.

In piena prima guerra mondiale, nel biennio 1915-16, l’alto commissario britannico al Cairo, Sir Henry McMahon, avvia i contatti con al-Hussain ibn ʿAlī, Sharif (titolo onorifico) della Mecca. In questa corrispondenza l’alto commissario assicura che nel caso in cui gli arabi fossero stati in grado di formare uno stato sconfiggendo ciò che restava dell’impero ottomano, questo avrebbe potuto conservare una sua indipendenza.

Il governo britannico tuttavia, per raggiungere i suoi scopi e mettere fuori gioco gli ottomani, non si accontentò di una corrispondenza rassicurante verso il mondo arabo, ma affiancò ai leader di quella che sarà la rivolta araba guidata dai figli di al-Hussain, Abd Allāh e Faysal, il colonello T.E. Lawrence, al secolo Lawrence d’Arabia. Tutto questo dopo che al-Hussain aveva chiuso un accordo con Gran Bretagna e Francia nel giugno 1916 contro gli ottomani, che stavano diventando scomodi sia per gli occidentali sia per gli arabi, questi ultimi sempre più discriminati dal governo ottomano. Il supporto logistico e le promesse lasciano ben sperare quindi per la costituzione di un grande stato arabo indipendente.

Ma le cose andarono diversamente.

Mentre Gran Bretagna e Francia rassicuravano gli arabi da una parte, dall’altra veniva siglato l’accordo segreto Sykes-Picot, che porta i nomi dei rispettivi ministri degli esteri inglese e francese Mark Sykes e François Georges-Picot. Gli accordi prevedevano infatti la spartizione per aree d’influenza di tutta la regione mediorientale che sarebbe stata così controllata da questi due stati: una occupazione camuffata con l’istituto giuridico del mandato di amministrazione fiduciaria, poiché lo statuto di quella che poi sarà la società delle nazioni, la madre zoppa dell’ONU, non prevedeva la possibilità di nuove occupazioni straniere in virtù dell’altisonante e poco rispettato principio di autodeterminazione dei popoli.

L’accordo, firmato il 16 maggio del 1916 prevedeva che la Siria, il Libano, la Turchia centro-meridionale e l’Iraq settentrionale dovevano essere poste sotto mandato francese, la Giordania e l’Iraq meridionale sotto mandato inglese, e l’Armenia ottomana (parte orientale dell’attuale Turchia) insieme a Costantinopoli (si chiamava anche così fino al 1930) e allo stretto del Bosforo alla Russia, che entrava così anch’essa nella spartizione prevista dal trattato. A restare fuori dalla spartizione, momentaneamente, fu la Palestina, affidata ad una gestione internazionale fino al 1920, anno in cui si svolse la conferenza di Sanremo e venne siglato il trattato di Sèvres, provando a mettere la parola fine a questa prima fase di spartizione del medio oriente. La prima fu importante per due ragioni principali, ovvero: cancellazione definitiva delle promesse mantenute, con l’intervento francese a seguito della breve parentesi di indipendenza della Siria guidata da Faysal, e istituzionalizzazione della già forte influenza britannica in Palestina, evidente soprattutto attraverso la dichiarazione del 1917 del ministro inglese Balfour sulla creazione di un primo insediamento ebraico, l’embrione dell’attuale stato di Israele, in quel territorio (annullando così definitivamente tutte le aspettative arabe d’indipendenza).

Il trattato che poi verrà firmato a Sevres il 16 ottobre 1920 darà una parvenza di ratifica “internazionale” alla sistemazione del medio oriente post-ottomano, stabilendo inoltre i confini della nuova Turchia, cosa che tuttavia avrà durate breve visto il rifiuto turco, la mancata ratifica del trattato e tutti gli avvenimenti politici che di lì a poco la sconvolgeranno, con le spinte che dall’interno, attraverso la rivoluzione di Moustafà Khemal, di cui si parlerà in un altro articolo più dettagliatamente, la spostano sempre più verso occidente.

Ecco quindi come, brevemente, gli interessi occidentali hanno determinato artificiosamente i confini e le politiche di questi territori in questo frangente temporale lontano, ma non così tanto, creando spaccature ancora oggi non sanate.

Luca Di San Carlo

Foto di Edgardo W. Olivera su http://www.flickr.com

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

AltriScenari, per un mondo sempre in movimento e sempre più apparentemente indecifrabile.

Questa frase riassume al meglio quella che è la necessità di fare delle riflessioni profonde ma allo stesso tempo chiarificatrici in merito a quello che accade mentre le vite degli uomini scorrono.
Convinti che lo studio universitario non debba essere fine a sé stesso o orientato esclusivamente verso l’orizzonte lavorativo, crediamo che le conoscenze acquisite debbano essere sperimentate ogni giorno attraverso il confronto e la condivisione delle nozioni, affinché non restino dati schedati nei nostri archivi mentali, ma utili strumenti di comprensione e di filtro a tutte quelle informazioni, vere o false, che intasano internet e che non vengono prese con le dovute cautele.